domenica 3 novembre 2013

Pittella, Pd: «Meno twitterpiù incontri in piazza» - Quale PD - l ...



Di Osvaldo Sabato

2 novembre 2013





Di Matteo Renzi sottolinea la sua «appariscenza». Su Gianni Cuperlo non ha dubbi «è condizionato dalla presenza dei principali responsabili della sconfitta elettorale». Mentre Pippo Civati «sul Pd ha una posizione border - line». Fra i tre quello da cui è più distante è proprio quest’ultimo. «Non per questioni personali ma per la linea politica» chiarisce il candidato alla segreteria del Pd, Gianni Pittella. Fatta la precisazione però aggiunge «io sono aperto al dialogo con tutti». Ma non si ritiene il vaso di coccio fra gli aspiranti segretari. Anzi. Nella corsa per la leadership dei democratici punta a «superare la prima fase del congresso per accedere all’elezione diretta». Quanto ai sondaggi di questi giorni Pittella non ci crede e rilancia. «Gli opinionisti di maggiore fama di questo Paese mi danno perdente, io gli dimostrerò che i voti non si prendono con gli slogan» è la sua opinione. Il Pd che vorrebbe? Meno romanocentrico e più vicino alla gente. «Basta autoreferenzialità» afferma Pittela, in una pausa del suo giro salentino, ieri era a Lecce e poi a Cavallino, un comune alle porte del capoluogo. «È così che si fa politica, mica su twitter» osserva l’attuale Vicepresidente vicario del Parlamento Europeo «io sto tra i cittadini» dice «mentre i miei compagni e amici stanno più in televisione». Europa e meridione, questi i cardini del suo programma con il Pd nel Pse.

Onorevole, impressioni e bilanci sul suo tour?
«Sono molto contento, c’è tanta voglia di politica, questo tipo di campagna congressuale, che non è a suon di tessere o di pacchetti di voti, è molto bella. Le persone fanno domande, chiedono impegni e mi sto rendendo conto come ci sia un tessuto di donne e di uomini assolutamente spendibile in un progetto di ricostruzione e di rilancio del Pd».


Ne ha bisogno?

«Sicuramente. Io sono per un Pd che superi il correntismo, ma che conservi certe aree culturali e certi riferimenti, mentre oggi è tutto ricondotto ad una filiera personale».


Quali sono gli argomenti che fanno più breccia nei suoi incontri?

«Per esempio, trovo molto interesse quando parlo di un Pd che dovrebbe decidere anche sulle questioni più nodose. I nostri militanti sono molto scocciati di un partito che discute e discute, poi non decide mai. Sui diritti civili, su chi ha un orientamento sessuale diverso, su chi ha la pelle diversa, non riusciamo a dare un messaggio forte perché siamo divisi e non decidiamo. Lo stesso accade sulla collocazione europea, sulla riforma del welfare, su quella elettorale, sul fisco, sulla riduzione delle spese militari e la riconversione di una parte di queste spese per l’istruzione, non decidiamo. Io ho calcolato che basterebbe tagliare il 10% delle spese militari per recuperare alcune decine di miliardi da spendere in più per l’istruzione. Potrei citare anche il tema del Mezzogiorno su cui il partito è completamente afono. La mia è la posizione autenticamente più meridionalista: propongo zone economiche speciali per il sud per attrarre investimenti, bisogna completare le infrastrutture, l’alta velocità non può fermarsi a Salerno, serve una lotta durissima contro la criminalità, un rapporto forte fra Mezzogiorno e Mediterraneo, cultura, ambiente e turismo devono diventare il volano dello sviluppo economico. Sono proposte concrete. Se in tutte queste cose il Pd non discute e poi decide è chiaro che il consenso non viene».


Lei chiede più coraggio?

«Il Pd, per esempio, non deve avere paura di affrontare il tema dei diritti, noi balbettiamo: io sono per il riconoscimento dei matrimoni e delle adozioni gay, su questo tema fra poco saremo superati anche dal Papa».



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