Gruppi organizzati che in questo modo si attrezzano per intervenire ogni volta che una donna rischia l'assalto da parte di chi, spesso per scoraggiare l'impegno politico diretto delle donne e spingerle a ruoli piu' tradizionali in casa, approfitta degli assembramenti per colpire le donne che protestano.
La questione delle molestie sessuali, e della quasi totale impunita' degli assalitori, e' da tempo sul tavolo della politica e dell'impegno delle ong in Egitto. Nel 2010 una ventina di ong elaborarono un progetto di legge per punire i responsabili, ma l'iter legislativo non fu mai concluso.
Con la rivoluzione che segno' la fine dell'era Mubarak il fenomeno - che tradizionalmente si accentua nei periodi festivi - ha pero' assunto una veste nuova. Secondo vari testimoni, gruppi di uomini vengono pagati proprio per molestare e attaccare le donne, diffondere tra loro la paura e farle appunto tornare a casa, in linea con quello che gli islamici piu' tradizionalisti e fondamentalisti ritengono sia la collocazione piu' consona al loro genere. Dall'inizio della rivoluzione, inoltre, a subire assalti e violenze sono state anche giornaliste straniere, come una cronista americana della Cbs nel febbraio 2011. Per non parlare dei 'test di verginita' subiti da un gruppo manifestanti dopo l'arresto nel marzo 2011, o del video della donna in reggiseno aggredita dalle forze di sicurezza che fece il giro di internet nel dicembre scorso.
''Le donne dell'Egitto sono la linea rossa'' (Banat Misr Khatt Ahmar) e' uno degli slogan che si e' aggiunto nel tempo al repertorio dei movimenti di protesta in questi mesi. Ed e' anche il nome di uno dei primi gruppi di volontari organizzatisi per difendere le donne dalle molestie. Hanno cominciato a monitorare il fenomeno durante l'ultima festa dell'Aid nell'ottobre scorso, e ora fanno base in una tenda ai lati di piazza Tahir, identificata da una scritta in rosso che compare anche sulle loro magliette. Fra questi volontari, una trentina, Motaz Al-Asmar: il suo gruppo ha svolto varie indagini per capire le dinamiche di questi assalti - ha detto parlando con ANSAmed - e notato che quasi nessuna delle vittime faceva denuncia alla polizia, per timore di subire anche uno scandalo. Ma il suo gruppo invita sempre le donne a fare denuncia, spiega Motaz, ''altrimenti non cambiera' mai nulla''. Banat Misr si propone anche di intervenire anche sul piano culturale e sociale, e sta lavorando per questo a documentari e spot televisivi.
Sulla sensibilizzazone sociale e culturale lavora anche un altro gruppo, ''Operazione contro le molestie sessuali'', mentre il 27 novembre scorso hanno cominciato ad operare le Tahrir Bodyguards, le guardie del corpo di piazza Tahrir. Benche' sul terreno tengano un basso profilo, le Bodyguard contano su un account di Twitter molto attivo - che punta a far crescere la consapevolezza sui risvolti sociali e politici della questione - e su di un indirizzo mail cui ci si puo' rivolgere per segnalazioni e informazioni. Durante le proteste, le Bodyguard girano in gruppo con i loro gilet colorati a Tahrir, intervenendo in caso di assalti a sfondo sessuale segnalati da testimoni. Tramite Twitter o Facebook, inoltre, viene chiesta la loro presenza anche quando si organizzano nuove proteste.
In questione non solo la difesa delle singole donne vittime di violenza, ma anche - piu' in generale - la battaglia sul ruolo delle donne nella societa' che si gioca sul piano ideologico e politico anche nel voto referendario di questi giorni sulla bozza di Costituzione voluta dai Fratelli Musulmani del presidente Mohamed Morsi. (ANSAmed).
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