Se le elezioni americane del 6 novembre dovessero decidersi davvero sui social media, allora non ci sarebbe partita. Nelle ultime 24 ore Barack Obama ha guadagnato 33,580 nuovi follower su Twitter (il totale è dei seguaci del presidente è di 18 milioni e 700 mila), è stato citato 32.370 volte e i suoi messaggi sono stati rilanciati 19.095 volte. Meno bene il suo sfidante Mitt Romney: ieri ha guadagnato 5684 nuovi follower (in totale ne ha 853 mila, 300 mila in meno di Jovanotti) è stato citato 19630 volte e le sue parole sono state retwittate soltanto 2864 volte.
Obama è il favorito anche nel mondo reale, ma il 2012 non è il 2008: per il presidente non sarà una passeggiata come l'altra volta e rispetto all'avversario adesso non avrà un vero vantaggio competitivo sui social media. Quattro anni fa, grazie al fondatore di Facebook Chris Hughes, Obama riuscì con My.BarackObama.com a declinare politicamente il modello di aggregazione sociale di Facebook: ciascun seguace di Obama poteva crearsi una propria comunità tematica o locale, organizzare eventi, inviare denaro, telefonare agli elettori indecisi del proprio quartiere o paese, grazie ai numeri che il quartier generale della campagna era lieto di fornire. In questo modo Obama si era creato un esercito di 750 mila militanti attivi, ottomila gruppi tematici, oltre 30 mila eventi e quartier generali in ogni Stato dell'Unione a costo zero per la sua campagna.
Quattro anni dopo quel modello è di dominio comune, a cominciare dagli agguerriti Tea Party super conservatori. Oggi, insomma, i social network sono uno dei tanti strumenti di comunicazione e di aggregazione. Come il porta-a-porta, il web o il telefono sono a disposizione di tutti. A decidere le elezioni presidenziali non sarà il mezzo, ma il contenuto.
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